C’è Zara Home a ricordarti che la tua vita è squallida e volgare. Puoi andarci il sabato pomeriggio, mischiandoti alla folla del sottoproletariato di periferia che rimbalza tra i tavoli stile liberty e le candele al sandalo, stordita dagli spruzzi di vaniglia bourbon e di qualcosa di più esperidato. Ah, quella tovaglia, quel pizzo tagliato al laser che appoggia su un tronco di betulla bianca tagliato di sghembo, e levigato, come una conchiglia su una spiaggia di borotalco. Ah, guarda quel putto, e il cagnolino di cera nera: sono veramente, e quando io dico *veramente* intendo *per scherzare* de-li-zio-si. Non lo vorrai comprare a quella merda di tua sorella, un ramoscello da 15 euro. Per lei basterà il fascio di paglia finta col glitter di Import & Co, 2.99 €.

Tutto qui trasuda di leggiadria old style, come pensi che la gente-che-tu-frequenti-di-solito possa *capirlo*. La tendina di lino duro sferza con elegante disprezzo i nostri volti, già che ci avventuriamo nel reparto biancheria, così ovattato e privato, così languidamente regressivo, come una carezza bonariamente elargita ai nostri ego che in fondo meritano niente di meno che queste attenzioni. Eccola la signora con le infradito di cuoio libanese, che rimira la sottoveste impalpabile immaginandosi aprire la porta per la cena informale, tanto mica si vede che è made in Bosnia & Erzegovina. Ecco suo marito, che porta i mocassini ma non come negli anni ‘70, no: come Tronchetti Provera, cioè come la moglie gli ha detto di fare, dopo che l’ha letto su The Sartorialist.

Si chiede dove vadano questi porci, i poveri, gente capace di guardare Maria de Filippi ma non come facciamo noi, che lo facciamo per condannare la miseria umana. E’ nel reparto biancheria, dove i piumini sono di piume quasi scandinave, che il profumo assume il suo significato più chiaro, è qui che tutti gli stimoli si rarefanno, e l’acquisto, se avviene, è talmente blasé che quasi ci si vergogna di mettere il prodotto nel pur elegantissimo cestino di vimini a due manici. Guarda, fosse per me lo passerei a uno scanner anale, o ne leccherei il codice a barre con la lingua, e poi verrei alla cassa a ritirarlo, senza nemmeno nominarlo, perché come faccio a farti capire che voglio l’alberello di Natale stilizzato tutto dorato che però non si rifà al Natale che tutti festeggiano, ma a un’idea platonica di Lapponia, di steppa gelida, di paesaggio ricoperto di una neve di piume, il tutto al White Jasmine.

E poi la musica, amore, senti la musica come ci accarezza, cos’è, jazz? Sì, ma è meno *pesante*, senti come titilla la nostra propensione all’acquisto ma senza sottolinearlo, senti come evita di parlare di soldi. Guarda, la vendono in cassa: per soli 23 euro puoi portare a casa questa atmosfera sognante, e in più fai del bene a un bambino del Guatemala, magari lo stesso che ha saldato questo magnifico sottobicchiere quadrato.

Ma ti rendi conto? Quadrare un sottobicchiere, trés chic.

Questo è il Natale che amo, che non puzza di frittura e mandarini, ma profuma di rosa del Bangladesh, queste sono le sciarpette che mi devi far trovare sotto l’albero che riproduce gli abeti della Britannia, non le sciarpacce di H&M che puoi trovare a un solo piano di distanza da qui. Restiamo qui, amore, guarda come siamo levigati, noi, guarda come ci siamo sottratti alla massa, guarda in che scatola metterai i tuoi sigari d’ora in poi, tutta intarsiata come di Persia.

Guarda come mi starebbero bene, a me che sono alta e struccata, questi sabot traforati e queste ballerine rasoterra. Guarda come i miei passi sembrerebbero casuali sul nostro parquet rosé, guarda come merito che mentre mi stai inculando mi chiami Signora.

E poi, guarda come siamo postcoloniali: mi dici in quale casa hai mai trovato tanta India, tanto ironico citazionismo? E i piumini non ti sembrano decisamente orientali, giapponesi ma senza l’indole imperialista? Non ti appare tutto come una Cina laccata, una tundra ammorbidita, una Finlandia con riscaldamento centralizzato?

Che, a casa di tua madre hai mai visto questi centrini? Sì, ok, i centrini c’erano, ma non *questi* centrini, che di quelli sono semmai una ironica *citazione*.

Questi creativi ci fanno vivere meglio, ci accompagnano dalla culla alla bara. La culla per il nostro etereo, ricchissimo, bambino biondo-rosa l’abbiamo comprata qui, ti ricordi?, era tutta di vero vimini e non era per niente pretenziosa, perché le lenzuoline di lino erano come quelle dei corredi delle nonne ma profumavano di novità assoluta.

La bara per favore prendimela in legno bianco appena decorato, in stile riposante ma senza rinunciare al design, basica, ma ecco, agevolata da un’imbottitura in suede, non satin, per carità, ché brilla appena la muovi, e noi siamo sobri, siamo opachi, siamo appena accennati sulla Terra, e così in Cielo.

Merry Christmas Zara Home, DR

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